Il prodigio di una tecnica magistrale

scritto da autentico Marcello
Scritto Ieri • Pubblicato 18 ore fa • Revisionato 17 ore fa
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Il racconto, diviso in tre parti, descrive la passione che lo ha inesorabilmente sempre occupato. Sono qui messe in luce soprattutto le innovazioni che durante l'avanzare della conoscenza approfondita della materia, nascevano continuamente in lui.
- Nota dell'autore autentico Marcello

Testo: Il prodigio di una tecnica magistrale
di autentico Marcello

IL PRODIGIO DI UNA TECNICA MAGISTRALE

PRIMA PARTE



INTRODUZIONE

Il titolo di questo racconto che inizia in questa riga, indica chiaramente che lo scopo preciso di costituire un inno, una epopea, una magnificenza, una vera meraviglia e non so quale altro vocabolo aggiungere di seguito per far capire come sia LA TECNICA nel suo più vero ed ampio significato, l’argomento che io, alla bella etá di oltre i novanta anni, voglio magnificare, innalzare al massimo splendore e funzionalità.


Sussiste una realtà che inficia totalmente questo concetto perché è già nata ed oltretutto migliora da un giorno, da un’ora all’altra, una tecnica del tutto nuova basata sull’informatica che va sotto il nome di intelligenza artificiale la quale sostituirà quella attuale con un modo di fare complesso ed incognito nel suo completamento foriero di chissà quali novità.
Una cosa è certa ed è la fine pressoché totale di quella iniziativa personale che ho chiamato tecnica e che per me era il vero senso di una vita piena e soddisfacente e che sarà profondamente trasformata a danno dell’intraprendenza ed intelligenza personale ed a favore della utilizzazione di decisioni che definirei meccaniche in quanto derivate dagli algoritmi informatici molto ben documentati dalla infinita possibilità di utilizzazione di esempi  già esistenti ma totalmente mancanti di idee proprie.
Alla fine sarà questa la vera motivazione di questo testo: mettere per iscritto una meravigliosa tecnica che tra poco non esisterà più oppure sarà così cambiata da costituire una diversa attività e che io, pur nella mia scarsa competenza specifica, considero ingannevole per la gran parte del genere umano.

LA CURIOSITÀ’ PER IL LAVORO DEL FABBRO

Mia caratteristica saliente, emersa vistosamente fin da giovanissimo, era una grande curiosità per tutto quello che riguardava una macchina nel senso pieno di un elemento qualsiasi che compie un’azione propria oppure essendo messa in movimento da altri, movimento sia rotatorio che rettilineo.
Al mio paese esisteva un’officina che il fabbro Gasperin aveva dotato di molti attrezzi meccanici necessari per il lavoro ma aventi particolarità così interessanti da indurmi a passare molte ore della mia giornata lì di fianco ad assistere al suo lavoro, per me bellissimo.
In quei tempi ognuno dei vari attrezzi meccanici non era affatto munito di un proprio motore come accade normalmente ai nostri giorni. Invece Gasperin aveva dovuto installare su tre delle quattro pareti dell’officina, in alto appena sotto il soffitto, un ‘asse rotante munita di alcune pulegge che servivano prima di tutto al collegamento dell’asse stessa con il motore destinato a farla ruotare vertiginosamente in tutta la suaestensione e, essendo ogni puleggia posizionata di fronte ed in linea con la analoga puleggia di ognuno degli attrezzi meccanici, onde poter farlo girare non appena collegato. Per tale operazione egli doveva usufruire di una lunga scala a pioli e lassù in alto eseguire, a mano, il collegamento meccanico con la rispettiva cinghia in pelle.
Risulta evidente l’immagine delle differenze di lavoro tra quella dei tempi andati e la stessa operazione eseguita ai nostri giorni ed attuata semplicemente schiacciando un bottoncino. Risulta ancora più evidente la mia passione per le macchine rotanti di Gasperin ed in genere per tutte le macchine di qualunque tipo.

La maggior parte del lavoro del fabbro consisteva nella costruzione di elementi in ferro per la cui sagomatura era necessario portarlo al calor rosso tramite la forgia sulla quale ardeva del carbone che formava delle braci rosse e quindi caldissime tra le quali Gasperin infilava il ferro da lavorare per lasciarvelo il tempo necessario a farlo diventare anch’esso di color rosso vivo. Allo scopo era necessario che il ventilatore della forgia, girando vertiginosamente, anch’esso collegato tramite la sua cinghia, emettesse una viva corrente d’aria. Il fabbro, prelevato il ferro rosso con apposita lunga pinza, lo lavorava con precisione battendolo sull’incudine tramite una pesante mazza. Si trattava di un lavoro molto faticoso cui le officine più attrezzate ovviavano grazie un voluminoso attrezzo chiamato maglio nel quale una massa pesantissima e mossa da un motore elettrico sostituiva la mazza di Gasperin.
Un bel giorno Gasperin, accogliendomi volentieri come spettatore del suo bellissimo lavoro, mi comunicò che aveva deciso di costruirsi un maglio ed egli, così come si usava in quei tempi, era andato a vedere un vero maglio in lavoro nell’officina di un collega fabbro per osservarlo attentamente e poter iniziare, quanto prima possibile, la costruzione di uno analogo senza avere nessun disegno né altre indicazioni tecniche che, a mio avviso, sarebbero state necessarie per farne un buon esemplare. Egli invece, di fronte alla domanda di un ragazzino come me, precisò che non aveva bisogno di alcuna indicazione perché egli avrebbe abbondato nelle dimensioni delle strutture rispetto a quelle del maglio giá visto in modo da essere sicuro del risultato. Io da ragazzo giovanissimo com’ero presenziai in officina molto più del solito per seguire la costruzione del maglio di cui ricordo un particolare interessante che vorrei riportare. Gasperin aveva ben notato nel maglio funzionante, che la massa battente era dotata di due grandi molle in acciaio poste tra la massa battente ed il resto del macchinario e destinate a svolgere l’importante funzione di interrompere le vibrazioni provocate dai continui colpi e pertanto impedire la loro trasmissione alle altre strutture mobili che ne avrebbero sofferto. Egli, non avendo nessuna possibilità di procurarsi le molle, pensò di usare invece una balestra di vecchia Topolino Fiat che aveva comprato da un rigattiere. La cosa mi destò una grande meraviglia riflettendo sul fatto che quel maglio sarebbe stato un miscuglio tra attrezzo ed automobile. Resta il fatto che il maglio, sia pur dopo un lungo periodo di tempo, fu ultimato ed io potei vederlo funzionare correttamente e con la balestra della tTpoloìino che svolgeva benissimo il suo compito di attutire il fracasso dei colpi del maglio.

L’AQUILA CHE SBATTE LE ALI

Premessa la mia continua passione per i meccanismi ed in particolare per il loro moto sia rotatorio che rettilineo, mi ero costruito, nella falegnameria di papà, una grande elica in legno che avevo installato nel cortile di casa in un punto nel quale tirava sempre tanto vento che la faceva girare vorticosamente soddisfacendo la mia vera ossessione delle strutture in moto rotatorio. Un giorno la mia casa fu visitata dal prof, Bressa, un antiquario veneziano che aveva la grande passione di costruire dei monumenti costituendo al mio paese la ben nota area monumentale del monte Cornella. Il prof. Bressa, vedendo la mia elica girare vorticosamente, mi disse che avrebbe fatto anch’egli un nuovo monumento sul monte Cornella avente un’elica rotante. Egli infatti comperò, in un campo di raccolta di residuati bellici, una grande elica, a suo tempo parte fondamentale nel volo di una fortezza volante, venuta in Italia per i bombardamenti effettuati durante la recente guerra. Tale elica, mossa dal vento, in teoria avrebbe fatto sbattere le ali di un’aquila che egli stesso avrebbe fatto costruire.
Detto e fatto il prof Bressa diede proprio al fabbro Gasperin l’incarico di costruire un’aquila che fosse in grado di sbattere le ali allo spirare dei venti di Quero e soprattutto quelli del monte Cornella che confinava proprio con la stretta delle montagne locali dove spirava molto spesso un fortissimo vento.
Gasperin, come era sua abitudine, in quel momento doveva avere gli elementi necessari per costruire l’aquila e, allo scopo, si recò nella vicina Feltre dove, in prossimità del cimitero, sapeva esservi (e vi si trova tuttora), un bellissimo monumento le cui statue in ferro , comprese quattro aquile in riposo, erano state fatte dal grande artista feltrino Carlo Rizzarda.

Gasperin tentò di imitare tali aquile nella forma esterna ma aggiungendo all’interno i meccanismi per far muovere le ali.
Dal momento nel quale Gasperin cominciò quel lavoro particolarmente singolare, io lo seguii assiduamente facendomi dettagliare come l’aquila, mossa dall’elica della fortezza volante, avrebbe dovuto anche girare su sé stessa contemporaneamente al movimento delle ali.
Io dissi timidamente il mio parere che, essendo pronunciato da un ragazzino come ero io, non poté essere ascoltato e tanto meno messo in pratica. In realtà Gasperin si trovò in estrema difficoltà nel realizzare il meccanismo di trasmissione del moto dell’elica esterna nei doppi movimenti già indicati, richiedendo logicamente degli ingranaggi costruiti a mano saldando dei piccolissimi denti in ferro costituenti la parte maschile e dei corrispondenti elementi cavi a forma di v per gli ingranaggi femmina, elementi tutti da inserire nel ristretto spazio del ventre dell’aquila. Tutto ciò obbligò Gasperin a non mettere affatto in pratica i miei consigli che avrebbero suggerito di ridurre molto la velocità di rotazione dell’aquila in modo che lo spettatore alla fine vedesse l’aquila girare piano piano mentre il movimento delle ali poteva rimanere più rapido. E’ chiaro che questa differenziazione avrebbe comportato l’aggiunta, di fatto impossibile, di una serie di ingranaggi per cui l’aquila alla fine fu destinata a girare ad una velocità del tutto corrispondente in giri al secondo al numero di movimenti al secondo delle ali. Questo tipo di moto, in sede pratica, si dimostrò impossibile da realizzarsi tanto è vero che l’aquila, finita ed effettivamente posta in opera sull’area monumentale del monte Cornella, non riuscì mai nè a girare nè a sbattere le ali così come avevo previsto io da ragazzino non ascoltato da Gasperin. In pratica quello che mancò all’aquila di Gasperin fu una definizione pratica e realistica dei movimenti.
Oggi l’aquila, recuperata dopo l’abbandono della zona monumentale del monte Cornella, si trova ferma ad ali spiegate nella piazza Duomo della frazione di Quero del nuovo comune di Setteville (BL). Se qualcuno al giorno d’oggi provvedesse a togliere provvisoriamente qualcuna delle lamiere di rame lavorato costituenti il ventre dell’aquila, vedrebbe all’interno gli ingranaggi costruiti da Gasperin i quali, anche se in realtà non funzionanti, rappresentano veramente la notevole, miracolosa, bravura del fabbro nella costruzione generica degli elementi

LE MACCHINE OVVERO LA MIA PASSIONE

Quando io ero ragazzino era ben noto che a Quero nessuno aveva l’acqua corrente in casa essendo coloro che effettivamente ne potevano disporre, in un numero che non superava quello delle dita di una mano.

Per i vari servizi tutta la popolazione usufruiva delle cinque fontane pubbliche a getto continuo tre delle quali erano munite di grande vasca dove condurre le mucche ad abbeverarsi mentre per i servizi di casa ci si serviva del bigol cioè di due secchi attaccati ad un legno ricurvo che, appoggiato sulle spalle, consentiva anche a noi giovani di portare i due secchi a casa e metterli appesi al di sopra del grande lavello in pietra presente nelle cucine. Questa era poi la fonte cui si attingeva per tutti i fabbisogni.
Una delle famiglie che poteva disporre dell’acquedotto in casa era mio nonno Antonio che abitava in fondo di a Piazza Marconi ma il suo servizio idropotabile era costituito da un solo rubinetto posto fuori casa, e cioè nel cortile, allo scopo di potere effettuare facilmente la più importante operazione e cioè l’abbeveramento delle mucche. Per tutto il resto si adottava la stessa modalità dei due secchi molto semplificata grazie alla breve distanza che intercorreva tra fontanella e cucina potendo evitare l’uso del bigol perché i due secchi venivano portati a mano.
Questa mia descrizione del servizio idrico deriva dal fatto che io, il ragazzino al primo anno di scuola, ho potuto sperimentare di fatto un mio piccolo macchinario automatico a motore.

Costruita nella falegnameria di papà una piccola ruota come quella del mulino che mi aveva sempre incantato, costruii anch’io la mia piccola ruota di mulino con la quale eseguire, del tutto automaticamente, non la macina del granoturco coltivato da mio papà per ricavarne la farina da polenta di casa ma bensì per un altro servizio che avevo visto svolgere nella filanda di Alano di Piave.

Infatti nell’asse della mia piccola ruota di mulino che avevo installato esattamente in corrispondenza del getto verticale d’acqua della fontana del cortile del nonno, io avevo inserito concentricamente un rocchetto del filo che mia mamma adoperava per cucire e, messo al fianco un barattolo pieno d’acqua sul quale galleggiava una galletta di un baco da seta pur senza averla preparata come si usava nella filanda e cioè anticipando la bollitura della galletta onde far morire la bestiola contenuta ma usando lo stesso la galletta in modo che, girando, avvolgeva il filo di seta sul rocchetto. Allora io stavo lì ad ammirare questa macchina che da sola estraeva la seta dalla galletta e la avvolgeva regolarmente sul roccolo. Per me era una cosa meravigliosa che mi sodisfaceva tantissimo. Da notare che, in quei tempi, i rubinetti delle fontanelle private come quella del mio nonno, restavano sempre aperti perchè l'acqua non si pagava per niente a nessuno e da nessuno e quindi io potevo lasciare il mio piccolo muilino a girare in perpetuo se nza sprecare affatto acqua potabile..

Per continuare a trattare di questa meraviglia racconto un episodio accadutomi a Venezia quando ero ospitato nella casa del grande architetto Carlo Scarpa. Assieme al figlio Tobia mi divertivo con il meccano e, nel fare questi giochi, ci trovavamo nella stessa sala dove lavorava l’architetto con suoi colleghi.

Io avevo spiegato a Tobia come costruire un motorino elettrico per usarlo nel meccano. Detto fatto abbiamo trasformato in motorino la dinamo della sua bicicletta per usarlo poi nel meccano con il quale avevamo costruita una macchina con una serie di ingranaggi che giravano a mite velocità e diversificati sensi di di rotazione. A furia di aggiungere ingranaggi il motorino non ce la faceva più a farli girare. Allora io ho detto a Tobia che ci sarebbe occorso del lubrificante come ad esempio qualche goccia di olio di oliva di quello che sua mamma usava per condire l’insalata. Allora è accaduto un fatto che io rivedo perfettamente perché in sé costituisce una grande meraviglia. L’arch. Carlo Scarpa, che mi aveva sentito fare quella richiesta, sospeso subito il suo lavoro si avvicinò a noi per dirci che l’olio d’oliva non era affatto un lubrificante ma che alla fine avrebbe incastrato i nostri ingranaggi bloccandoli completamente. Questa frase, che io ricordo perfettamente a distanza di molti anni, è una grande dimostrazione che rende noto come il grande architetto, noto in tutto il mondo, aveva chiare in mente le regole fondamentali della tecnica e cioè quella stessa tecnica di cui sto trattando io stesso in queste righe.

Gli esempi riportati daranno sicuramente un’idea chiara della mia passione per le macchine in genere, passione che non sarà comunque sufficiente per far cambiare le decisioni che prenderà successivamente mia mamma nella scelta della mia futura scuola , come si vedrà più avanti.

LE DECISIONI SULLA MIA SCUOLA

Il tempo passava e per me era giunto il momento di decidere del mio futuro. Mio padre che era un bravo falegname che costruiva mobili totalmente a mano non essendo in possesso di alcun attrezzo motorizzato, mi aveva già detto che, visto che noi due suoi figli eravamo in via di maturazione, soprattutto io con i miei 11 anni, egli progettava di vendere le proprietà site a Quero per aprire una moderna falegnameria a Valdobbiadene, un paese che egli ammirava tanto e nel quale avremmo potuto lavorare noi due figli maschi assieme a lui per diventare un giorno due prosecutori di una attività, senza dubbio redditizia e soddisfacente come quella di falegnameria di costruzione di mobili pregiati perché fatti a mano. Questo concetto non venne e affatto condiviso da mia mamma la quale sostenne a spada tratta che, al punto in cui si trovava la società italiana in quel momento, riteneva cosa essenziale per tutti i giovani e tanto più per noi suoi figli, di proseguire in qualche modo negli studi. Per convincere il marito su questo punto lei sostenne che, essendo allora nel primo dopoguerra con molte case e costruzioni edilizie reduci dai danni gravissimi appena provocati dalla guerra, la necessità del momento sarebbe stata quella di molte nuove costruzioni edilizie e quindi che la soluzione più logica per il mio futuro era quello di decidere per la scuola geometri.
Io, sentita questa proposta, provai a farle cambiare idea sostenendo che ero appassionato di tecnica, dei motori e quindi dei mezzi di trasporto ma non vi fu niente da fare : per i miei genitori i motori rappresentavano, se confrontati con l’edilizia, un semplice gioco, un’attività poco importante e sicuramente non paragonabile all’edilizia in genere che era destinata a richiedere, in maniera preponderante, la costruzione di nuove case d'abitazione e quindi offrire senz’altro un posto di lavoro adatto per il futuro geometra. Tutto questo fa capire come allora mancasse interamente l’idea di quella industria che ormai premeva molto anche in Italia per produrre la vera rivoluzione di passaggio dall’economia agricola esistente ad una preponderante attività industriale. In sostanza la popolazione riteneva tutto ciò niente altro che un’ipotesi irrealizzabile.
Noi due figli avevamo un grande desiderio di continuare gli studi indifferentemente per qualsiasi soluzione e, in realtà, diventammo rispettivamente un geometra ed un ragioniere.
Si deve segnalare come il fatto di frequentare le scuole medie che allora non rientrava affatto nella scuola dell’obbligo e quindi anche le medie superiori a Valdobbiadene, Feltre e Treviso ci consentirono, oltre alla padronanza delle materie di studio, soprattutto lo svolgimento di una vita completamente diversa e molto migliore di quella vigente nel paese d’origine.
Una particolarità notevole era il giudizio dei miei amici coetanei queresi i quali, a partire dai tredici-quattordici anni, dovevano già lavorare aiutando il padre nel lavoro dei campi che allora era la sola attività diffusa in paese. Ad essi, quello che facevo io, in sostituzione del lavoro dei campi, risultava un obbrobrio tanto da considerarmi molto semplicemente uno sfaticato che non aveva alcuna voglia di lavorare. Al contrario, il mio comportamento si è subito trasformato in un sentito ringraziamento a mia mamma riconoscendo quale miracolo ha compiuto, lei che non aveva che frequentato le scuole elementari ed era vissuta in un paesino dove la cultura non abbondava sicuramente, nel riuscire a comprendere l’importanza di quei sia pur modesti studi che ha fatto frequentare a noi.

Negli anni seguenti mi è capitato frequentemente di esaminare tutto il corso della mia esistenza constatando con grande piacere quanta importanza abbia rappresentato per me, non tanto e non solo dal punto di vista economico ma invece la splendida vicenda della stessa vita, l’aver sempre potuto spaziare in considerazioni ed in realizzazioni dettate dall’intelligenza e dalla passione di immaginare, di creare, di seguire sempre qualcosa di nuovo, di razionale, di utile sia nelle piccole che nelle grandi realizzazioni cui nella mia lunga vita mi sono sempre dedicato con grande passione.

In conclusione, il vero scopo di quanto vado scrivendo è proprio quello di possedere una cultura di base da ritenersi un minimo indispensabile per far parte della nuova società civile che allora stava nascendo e che attraverso gli anni avrebbe prosperato in maniera straordinaria. Ma soprattutto il grande merito di avermi mandato a frequentare le scuole in città come Feltre e Treviso è stato quello, che ho ritenuto di basilare importanza, come l’introdurmi in un genere di vita civile completamente diversa da quella del mio paesino di origine per cui io mi feci una precisa idea del progresso che stava investendo l’Italia intera ivi compresi i paesini di montagna. Basterà pensare che la famiglia in cui vivevo a Treviso, che era la città abbastanza vicina al mio paese dove esisteva la scuola per geometri, aveva la radio ed il pianoforte che il padrone di casa suonava molto bene: tutte cose che veramente mi trasformarono nelle concezioni fondamentali di una vita piena ed estremamente interessante come quella che si svolgeva nella cultura di cui era pervasa quella casa e gli studenti che vi erano ospitati o che vi pervenivano per amicizia.
Sentirmi affermare che avere la radio era un privilegio può colpire il lettore di queste righe il quale, ai nostri giorni, è addirittura soffocato dalla miriade di notizie, di filmati, di musiche di tutti i tipi che i media ci propinano in continuazione. A quei tempi il solo poter alla sera sentire la trasmissione solo vocale, di una commedia, era per noi una meraviglia. Lo stesso dicasi per la musica della quale eravamo affascinati e tanto più lo saremo nel dopoguerra quando dall’America ci perverrà la musica Jazz che non conoscevamo per nulla.
Alla fine il mio nuovo modo di concepire la vita civile si dimostrerà utilissimo, indispensabile nei fatti che saranno descritti nel seguito sperando di riuscire a dare una chiara dimostrazione dell’importanza che, secondo mè, hanno avuto ed avranno sempre le attività degli esseri viventi condotte con passione, con intelligenza, con grande interesse basato sulla preparazione scolastica in tutto, niente escluso, di quello che si sta compiendo in ogni ora del giorno per la preparazione e per l’esecuzione delle nostre azioni e di quelle dei giorni che seguiranno nel futuro.

LA TECNICA NELLE PROIEZIONI DEL CINEMA DI QUERO

Nell’anno 1950 mentre io frequentavo l’ultimo anno di scuola per geometri, mio padre fu colpito da disturbi di cuore che non gli permisero più di continuare nel suo lavoro di falegname. La mia famiglia pensò di rimediare prendendo in affitto la gestione del cinema Prealpi di Quero che avremmo potuto seguire semplicemente noi famigliari .

Io, ancora studente, mi presi l’incarico che più mi piaceva cioè quello di fare l’operatore della macchina di proiezione il che significava tecnica vera e complessa. Come vedremo, fu quella la prima volta che io ebbi l’occasione di mettere in pratica e con ottimi risultati, le idee che mi frullano in continuazione nella mente, perché quella volta sussisteva una estrema necessità di mettere in ordine almeno qualcuna delle gravi disfunzioni di quel cinema.

Al tempo della nostra storia la presentazione di un film era basata sul fenomeno della persistenza, per una piccolissima durata, delle immagini nella retina dell’occhio.

Infatti la macchina di proiezione ha la caratteristica di emettere e far brillare sullo schermo successivamente una all’altra, delle immagini luminose ferme ed intervallate ognuna da un brevissimo periodo di mancata proiezione ottenuta da un apposito otturatore. Durante la sua chiusura del flusso luminoso, la macchina provvede a far scorrere la pellicola da una scena a quella seguente senza che questo movimento possa essere visto dallo spettatore. E’ appunto la citata persistenza che dà allo spettatore l’impressione di un moto continuo dei personaggi della scena.
La pellicola è un nastro di celluloide di 35 millimetri di larghezza che contiene due serie di immagini. Quella più importante è la successione di scene tutte diverse una dall’altra e che forniscono all’occhio umano i continui movimenti dello scenario. Sulla parte destra della pellicola si trova una fascia larga circa due millimetri che è la colonna sonora la quale è percorsa in continuazione da una strettissima lineetta luminosa che definisce le continue variazioni di trasparenza della colonna stessa per trasformarle nei suoni comunque costituiti da parole, rumori, musica che formavano il sonoro del film. La pellicola veniva trascinata in modo continuo per un percorso di lunghezza di almeno due chilometri ed ancora di più per i film di maggior durata. Le differenziazioni di moto della pellicola da discontinue davanti al raggio luminoso e continue in tutto il resto era compensata da due suoi abbondanti ricci di percorso libero della pellicola che si trovavano appena sopra e sotto il raggio luminoso stesso.

La pellicola, ai tempi di cui sto scrivendo, era altamente infiammabile e questo costituiva un pericolo di cui dovrò parlare approfonditamente perché nel caso specifico del cinema Prealpi di Quero, costituiva un grandissimo problema per alcune motivazioni veramente preoccupanti.
Per farlo intendere appieno occorre spiegare il sistema allora usato per dare sul grande schermo una immagine molto brillante utilizzando, ovviamente, le limitate apparecchiature allora esistenti la cui parte essenziale era costituita da una piccola fiamma luminosissima, chiamata arco voltaico, prodotta da due carboni del diametro di circa tre millimetri lunghezza di trenta centimetri ed alimentata da corrente continua.
Anche il dover disporre di corrente continua in grande quantità costituiva un problema che all’inizio (anni 40) era risolta con un sistema rudimentale a lamelle vibranti che in cabina provocavano un continuo scintillio molto pericoloso. Dopo qualche anno è subentrato un gruppo convertitore formato da un normale motore elettrico avente affiancata sullo stesso asse una dinamo che produceva la corrente continua. Se in quel modo veniva eliminato totalmente il rischioso scintillio, sussisteva comunque un altro grave pericolo di incendio della pellicola dovuto al grande calore che emetteva il raggio luminoso provocato dall’arco voltaico dei due carboni. Infatti era sufficiente che la pellicola molto infiammabile si fermasse un solo attimo davanti al flusso luminoso perché essa prendesse immediatamente fuoco soprattutto in corrispondenza dei due ricci di percorso libero cella pellicola appena descritti con possibile e successivo incendio dell’intero cinema considerato che era costituito da molte parti in legno. Da notare come il sistema antincendio esistente in cabina era , ridicolmente, costituito da un secchio pieno di sabbia. Io, quando ero il responsabile del funzionamento, non riuscivo nemmeno ad immaginare che della sabba gettata in fretta contro la macchina di proiezione che girava vorticosamente potesse in qualche modo spegnere delle fiamme. In realtà si trattava di un vero bluff per quello che realmente si doveva fare quando la pellicola si fosse incendiata. Come di fatto è realmente successo più volte, il rimedio essenziale ed obbligatorio era uno ed uno soltanto, che sembra inammissibile mentre è verissimo. Immediatamente e non appena si manifestava la fiamma nei ricci di pellicola vicini al raggio luminoso e quindi con la massima urgenza, bisognava fermare la macchina con il bottone rosso di emergenza, e quindi, ed in tutta fretta, spegnere con la sola cosa disponibile urgentemente : le mani. Sembrerà impossibile ma l’agire in tutta fretta aveva un risultato sorprendente perché non si faceva in tempo di percepire il calore alle dita che la piccola fiamma era già scomparsa salvando la pellicola e soprattutto l’intero cinema. Occorre precisare che i carboni descritti, normalmente regolati da un sistema automatico, che però nella macchina in dotazione al cinema Prealpi non esisteva proprio ed il loro avanzamento doveva essere per forza fatto a mano. Per avere la esatta regolazione si era provveduto a fare un forellino sulla lamiera della lanterna dei carboni per consentire che i carboni accesi proiettassero la loro immagine sul muro della cabina dove esisteva una tacca di riferimento sulla quale bisognava riportare e in continuazione ed a mano la immagine di posizione dell’arco voltaico dei carboni man mano che si consumavano.

Si deve comprendere che la mia preoccupazione per il pericolo di incendi fosse grandissima ben conscio come ero che un incendio di tutto il rotolo della pellicola di celluloide lungo chilometri di metri, avrebbe esteso il fuoco a tutto il locale nel quale, tra l’altro, si trovavano stipati all’inverosimile spettatori che occupavano interamente i corridoi di fuga perché la sala era troppo piccola per contenere la ressa di spettatori che provenivano da tutti i paesi circostanti Quero.
A tutto quello già descritto resta da aggiungere una ulteriore possibilità di incendio poiché sussisteva un evento molto importante. Eravamo nel primo dopoguerra ed allora il cinema rappresentava un divertimento determinante in quanto, oltre a costituire una novità in sè e per sé, era l’alta qualità dei film che arrivavano dall’America che era molto elevata, trattandosi di veri capolavori passati alla storia e molto divertenti per quei tempi.

Vista l’alta qualità dei film. i cinema erano sempre pieni di spettatori. Il fenomeno sussisteva inalterato anche per i piccoli locali come era quello in argomento ma con una grande differenziazione rispetto ai cinema delle grandi città. I film che venivano proiettati a Quero consistevano sempre pellicole molto vecchie e quindi di costo molto più basso di quello praticato nelle città dove venivano proiettati sempre gli ultimi arrivi. Tutto ciò aveva un risvolto negativo della massima importanza. Le pellicole che arrivavano al cinema Prealpi avevano di per sè molte piccolissime rotture soprattutto nelle due perforazioni laterali della pellicola. Questo fatto produceva delle interruzioni della proiezione con pericolo di incendio di pezzi di pellicola fermi nella fascia luminosa. Era allora che dovevo stare sempre attento e pronto a spegnere l’incendio con le mani come già detto.
Nonostante la grande attenzione che avevo sempre al fine di dar corso immediatamente allo spegnimento della pellicola in quel rapido modo, ciononostante io ero molto preoccupato e mi scervellavo nella ricerca frenetica dei rimedi ad un così grave pericolo.
Allora, siccome avevamo una sola macchina da proiezione, io dovevo per forza collegare tra di loro i vari rotoli di pellicola, che avevamo ricevuto dalla casa proprietaria, immettendoli uno per uno nella bobina smontabile per avvolgerli poi nelle bobine definitive di proiezione dei vari tempi ( due o tre a seconda della durata di ogni tempo) in modo che la proiezione avvenisse tempo per tempo senza soste. Il montaggio avveniva tramite una manovella girata con la mano destra ed avendo effettuato la saldatura tra di loro delle estremità dei rotoli con l’acetone.

Ad un certo punto ho avuto chiara in mente la soluzione. Poiché il pericolo derivava  spesso dalle preesistenti piccole rotture delle perforazioni laterali del nastro di celluloide, io ho deciso di mettere completamente a nuovo la pellicola in tutta la sua lunghezza che arrivava ad un massimo di tre chilometri. In pratica, durante l’intero montaggio dei film , io facevo passare piano piano tutta la la pellicola tra le dita indice e pollice della mano sinistra in modo da controllare in continuazione se la perforazione laterale fosse veramente integra mentre se invece se vi fossero già delle rotture percepibili dalla mano sinistra, esse venivano riparate incollandovi sopra un pezzettino di pellicola con perforazione perfetta. L’operazione aveva luogo previa raschiatura dell’emulsione fotografica di superficie onde poter spalmare l’acetone sulla celluloide pulita da ogni sovrapposizione.

Il lavoro di controllo e riparazione, in sequenza di tutti i rotoli di pellicola, essendo esteso a tutta la sua lunghezza senza alcuna eccezione, duravano due o tre ore a seconda del numero di rotture rilevate e riparate però a fine lavoro io disponevo di un film perfettamente integro e grande era la mia soddisfazione quando potevo constatare una proiezione continua ed integerrima delle scene dall’inizio alla fine. Un’altra mia cura era quella di incollare all’inizio un pezzettino di pellicola avente una lunghezza precisa che consentiva di partire con il primo fotogramma perfettamente centrato sullo schermo senza bisogno di alcun aggiustamento del quadro.

In conclusione dopo aver attuato tutti gli accorgimenti del caso io ero in grado di effettuare una proiezione ideale con tutti i pregi. l’inizio aveva luogo con abbassamento progressivo delle luci di sala, partiva poi la scena con il quadro perfetto e la proiezione continuava tempo per tempo senza rotture o interruzioni di sorta. Ci si può ben immaginare la mia soddisfazione di una proiezione perfetta dovuta, seondo mè, agli artifici creati da m è stesso. Questo fatto, effettivamente accaduto, mi diede inconscamente , la convinzione che in tutta la mia vita io mi sarei comportato così e cioè nell'escogitare innovaziomio grandi o picole, ma semre innovazioni cfreate da me
Sono da rilevare alcune ulteriori migliorie che il sottoscritto riuscì a portare a termine e soprattutto in merito alla salvaguardia dai pericolosissimi incendi. Considerato che la macchina da proiezione era dotata di un dispositivo di sicurezza costituito da un rocchetto girevole normalmente sostenuto dalla pellicola stessa ma che, in caso di rottura di quest’ultima, esso calava precipitosamente in basso provocando un contatto elettrico che provocava l’interruzione del funzionamento dell’arco voltaico e del moto della macchina e contemporaneo apertura delle luci di sala. Io, direttamente nel mio primo giorno di servizio, ho aggiunto un bottone rosso di sicurezza il quale se premuto in caso di bisogno , ad imitazione del lavoro svolto in automatico, effettuava manualmente lo stesso intervento in maniera istantanea e quindi molto più urgentemente di quanto facesse il rocchetto descritto. Devo affermare che durante gli anni seguenti io ebbi da manovrare più volte il bottone rosso non appena percepivo che qualcosa non funzionava bene. In quel modo era garantito lo spegnimento immediato del raggi luminosi evitando il pericolo di incendio della pellicola.
Un altro accessorio da mè aggiunto in cabina, che però costituisce solo una piacevole novità soprattutto per mè, che mi sono divertito a costruirla utilizzando una vecchia resistenza del ferro da stiro di mia mamma, era la possibilità di spegnere gradualmente le luci di sala in modo da migliorare la visione degli spettatori all’avvio della proiezione adeguando gradualmente gli occhi al passaggio dalla forte luce della sala a quella dello schermo molto meno intensa. Si grattava sempre di una apparecchiatura in legno, molto pericolosa perché la resistenza ex ferro da stiro diventava rossa mentre si spegnevano le luci costituendo anch’essa un pericolo di incendio che veniva da mè evitato stando ben attento nella manovra manuale di spegnimento delle luci di sala.


La trasformazione più interessante fu quella della proiezione estiva del film all’aperto utilizzando il cortile adiacente alla sala e che era di proprietà Gobbato il sarto di Quero. Allo scopo si provvide all’apertura di una porta di collegamento ed inoltre di uno squarcio nella muratura perimetrale di grandezza corrispondente al fascio luminoso. Da quel giorno il cinema Prealpi offriva due possibilità di assistere alla proiezione, con uso normale della sala oppure del cortile esterno . In quest’ultimo caso io dovevo provvedere a girare la macchina da proiezione in modo da far pervenire la scena luminosa sullo schermo esterno dopo aver aperto la chiusura provvisoria del muro dalla tenda nera che normalmente la chiudeva. Posso affermare che la possibilità di un cinema estivo all’aperto unita alla bellezza dei film in un periodo che faceva immediato seguito a tempi di guerra caratterizzati da grandi carestie in tutti i settori, ha reso molto apprezzato lo spettacolo cinematografico al punto da aver sempre i posti tutti e occupati spesso costringendo a ricorrere alle sedie della chiesa con le quali tutte le aree della sala, corridoi compresi, erano occupate da spettatori rendendo il cinema estremamente pericoloso per la possibilità, già citata, di disastrosi incendi ad ogni spettacolo .

Invece le cose miglioravano con la proiezione all’aperto dove esisteva un grande cortile, nel quale, chiuse le galline di proprietà del sarto nel pollaio, gli spettatori stavano tranquilli e comodi a godere il film.
Da rilevare che, nel caso si verificasse della pioggia durante lo spettacolo all’aperto, io giravo la macchina da proiezione nel mentre gli spettatori rientravano in sala portandosi appresso ognuno la propria sedia in legno e paglia permettendo di continuare normalmente a godersi lo spettacolo.

Per quanto riguarda la presenza del cinema a Quero esso con l’arrivo della televisione in Italia dovette essere chiuso nel anno 1955 per totale mancanza di spettatori.

L’INIZIO DEL MIO LAVORO SPECIFICO

Una volta giunto nell’anno 1951 al diploma di geometra, mia mamma chiese in municipio come poteva fare per parlare con l’ingegnere di Belluno che era il progettista del Comune. Incontrandosi nel giorno fissato con l’ingegnere, gli spiegò che suo figlio era appena diplomato geometra con buoni voti ma che aveva bisogno di incominciare a far pratica e che i genitori erano disposti ad accontentarsi del solo rimborso spese per mandarmi a Belluno nel suo studio allo scopo di aiutarlo nel lavoro e facendo così la necessaria pratica. Io infatti vi trascorsi un intero anno che mi fu estremamente utile per capire come si progettava e soprattutto come si costruivano i fabbricati civili ed industriali.
Era l’anno 1952 ed io mi trovavo diplomato e con una discreta pratica quando incontrai un mio amico e collega che mi cercava perché egli lavorava in uno studio di un geometra che da grande specialista in campo topografico come era, proprio in quei giorni. stava aprendo uno studio a Feltre avendo appena ottenuto un importantissimo incarico di svolgimento di tutte le operazioni topografiche di rilievo e tracciamento degli impianti idroelettrici che dovevano sorgere in un territorio che inizia da San Martino di Castrozza (TN) per finire a Cismon del Grappa (VI) dove sarebbe stata costruita l’ultima centrale idroelettrica. La cosa straordinaria era il fatto che quel professionista aveva bisogno subito di un alcuni geometri .
Io, al solo sentire raccontare tutto questo rimasi stupefatto vedendo passare un sogno davanti agli occhi e soprattutto sperare in l’occasione unica della possibilità di entrare in una attività straordinaria e che faceva esattamente parte della tecnica che io avevo sognato fin da bambino pur senza conoscerne le caratteristiche.
L’amico mi presentò portando delle buone referenze per me e facendomi sottomettere ad un interrogatorio svolto tanto bene da avermi accolto subito a lavorare .

LA PASSIONE PER LA GEOMETRIA ANALITICA

Una grande passione che mi era rimasta impressa era la geometria analitica . Quello che mi affascinava era il concetto di base di questa materia che consisteva essenzialmente nel poter risolvere i problemi di geometria prescindendo dalla utilizzazione diretta delle regole della geometria stessa che potevano essere invece immesse in quelle della geometria analitica le quali, una volta imparate, garantivano l’immediatezza e l’esattezza dei risultati.

Io anche a scuola terminata, volendo approfondire la materia, mi procurai un testo di geometria analitica più avanzata di quella studiata a scuola e mi dilettai subito ad impararne l’uso per la risposta ai quesiti topografici che a scuola ci avevano insegnato a risolvere normalmente. Fu in quel modo che io mi preparai nella risoluzione dei problemi più importanti che in sostanza erano dovuti al fatto che allora risultava possibile rilevare con precisione solo le misure degli angoli mentre non esisteva mezzo di misurare con esattezza le distanze e per farlo, dovevamo partire sempre dalla misura di angoli.

MI ricordo che uno dei problemi che sicuramente si sarebbero usati in topografia era quello di trovare le coordinate del punto di intersezione tra due direzioni angolari ed io scrissi un articolo su una rivista dei geometri definito “LA DETERMINAZIONE DEL’INTERSEZIONE DIRETTA MEDIANTE GLI AZIMUT” articolo che, una volta assunto dallo studio topografico Aureli di Feltre, feci vedere al titolare che ne restò ben meravigliato perché nemmeno lui ,che era un topografo esperto. aveva mai sentito parlare di queste soluzioni.

La cosa diventò ancora più interessante quando fu scoperta la calcolatrice Brunswiga doppia la quale consentiva di semplificare ancora di più i calcoli di geometria analitica.

L’uso da parte mia di questa straordinaria calcolatrice che anticipava addirittura il sistema di calcolo iterativo basato sul confronto fra due risultati e che sarà molto utilizzato nei successivi calcolatori elettronici, è stato da mè accompagnato da una serie di stampati già predisposti per il suo uso sistematico.

Si avrà modo, leggendo la seconda parte di questo racconto, di conoscere come mi sia arrivata la grande fortuna di iniziare la parte più bella e caratteristica possibilità di lavoro da geometra e cioè fare il topografo e cioè eseguire tutti i rilevi ed i tracciati effettivi necessari per la costruzione di un intero impianto idroelettrico dalle fonti alle gallerie, alla diga ed in fine alla centrale elettrica finale . Iniziai quindi la più sensazionale importante e piacevole attività che io allora potessi immaginare e che descriverò il più brevemente possibile ma completa dei particolari più interessanti.



Seguito alla seconda parte del racconto IL PRODIGIO DI UNA TECNICA MAGISTRALE









Il prodigio di una tecnica magistrale testo di autentico Marcello
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